Associazione Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo

La Speranza non delude

Cosa fare per un mondo in cui tutto sembra prendere la strada dell’insensatezza, tra il protrarsi di una guerra mondiale “a pezzi”, il cambiamento climatico, le crescenti disuguaglianze e povertà?

È una domanda presente in tutti, ma spesso disertata, perché sprovvista di facili risposte. La complessità dei temi e dei problemi, innesca senso di impotenza. Se molti sorvolano, non manca, specie in questo tempo, anche chi si impegna ad illustrare imbarazzanti e cinici argomenti per giustificare o addirittura negare la realtà dei fatti. Ma la storia è più complessa di quella raccontata dai titoli di giornale e dagli illusionisti al soldo dei potenti, si fa avanti anche per vie diverse, spesso nascoste e controvento, come quella dell’emorroissa del Vangelo, che si fa largo e procede tra la confusione del momento, spinta dalla speranza di un bene riconosciuto. E’ la via di chi non si arrende e cambia la propria storia, per sé e per gli altri.

Farsi “pellegrini di speranza” dentro le profonde ferite del presente. È il messaggio che il Papa ha rivolto a tutti con la bolla di indizione del prossimo Giubileo, intitolata “Spes non confundit”, la speranza non delude (Rm 5,5). Un invito ad osare la speranza, cercando e generando segni e semi di bene, perché un nuovo cielo ed una terra nuova possano germogliare.

Volendo accogliere l’invito, poiché ogni pellegrinaggio inizia con l’orientare il cuore verso la meta, occorre saper riconoscere la speranza che è in noi.

Di quale e quanta speranza siamo custodi? Non è una domanda scontata. Se è vero, infatti, che “tutti sperano”, perché “nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene” (Spes non confundit, 1), è pur vero che ognuno ha un “suo” bene, e che diverse sono le dimensioni verso cui è possibile orientare la propria speranza, da quella laica a quella cristiana. Vi è, anzitutto, la dimensione personale, rivolta ai sogni e desideri di vita. Quella socio-politica, che ci fa auspicare un tempo e un mondo in cui regnino giustizia e pace. E quella più propria della fede, la promessa della vita per sempre. E altre ancora.

A guardare anche solo la realtà dintorno, però, quello che colpisce non sono tanto i diversi ambiti su cui ciascuno pianta la bandiera della propria speranza, ma, la almeno apparente crisi in cui versa il coraggio di sperare.

Sempre più mancano all’appello, per fare qualche esempio, persone intente a discutere di idee, ideali, visioni; le file per andare a votare per la propria città o per eleggere il parlamento del proprio Paese; i giovani che vogliono restare nel loro Paese; i figli che nascono. E l’elenco sarebbe ancora lungo.

Da tempo lo sguardo sul divenire è caratterizzato da timore e incertezza per il destino dell’umano, ed oggi, dopo lo sconvolgimento delle sicurezze acquisite, che è venuto dall’emergenza pandemica, è come se la speranza del mondo si fosse ancora più rarefatta, la capacità di orientarsi più indebolita, e persino i giovani, che dovrebbero essere animati dall’istinto di futuro, appaiono più frastornati, concentrati sul presente o su orizzonti a breve gettata.

La prima conseguenza di questo sentire è un ritiro nel privato, una riluttanza a concepire sé stessi in connessione con gli altri, a sentirsi parte di una comunità.L’idea stessa di impegno, come quella del lavoro ne risentono. Credere che il proprio agire possa incidere in un reale sempre più complesso e interconnesso, governato da dinamiche non controllabili, è difficile. Nei singoli, ma anche negli organismi intermedi, viene meno l’idea del poter fare la differenza fuori dal proprio privato. E allora meglio delegare, lasciar fare a qualcuno, a chi, più o meno abilmente, promette di garantire almeno l’esistente. Anche il lavoro non nobilita più e ci si chiede perché dedicare la propria vita a costruire qualcosa che vada più in là del soddisfacimento del proprio personale bisogno.

“La grande disperazione umana sta nel credere che la morte sia più forte della vita e il male più forte del bene.”[1] La nostra umanità è irrigidita, paralizzata da questa percezione, mentre chi governa si stordisce spesso con prove di forza, con l’illusione della crescita continua, e con quella di poter controllare i confini dalle conseguenze di ingiustizie mai colmate.

In questo contesto, da cristiani, di quale speranza ci facciamo pellegrini?

Nel lasciare a ciascuno il libero confronto con questa domanda, lontana dalla pretesa o dalla tentazione un parlare per tutti, chi scrive condivide qui la speranza che sente più propria e necessaria da consegnare all’oggi.

La prima è la custodia dell’altro. Allenarsi a riconoscere l’altro, chiunque altro, come possibilità, come via alla propria realizzazione, alla salvezza. Rivedere le nostre esistenze attraverso il paradigma dell’alterità e della relazione, per accogliere e accettare fino in fondo quello che il reale ci consegna: l’ineluttabilità del destino comune, dove, fuori da ogni illusione altra, la speranza coincide con l’esercizio di una reciproca responsabilità.

Per vivere questa speranza vale la pena rileggere Michel De Certeau, in Mai senza l’altro[2]. Enzo Bianchi, nella sua Prefazione, ne riassume il messaggio :”…la vita dell’uomo non è mai concepibile senza l’altro. Tragedia allora non è il conflitto, l’alterità, la differenza, bensì i due estremi che negano questo rapporto, la confusione, la separazione. In questa nuova stagione dobbiamo imparare ad accettare il mistero e l’enigma di chi non conosciamo, di chi appare come l’estraneo e non solo lo straniero. La sofferenza e la fatica della ricerca dell’unione nella differenza permangono, ma la tragedia incombe sull’uomo soltanto quando rinuncia all’altro e se ne separa. Gli altri non sono l’inferno, sono la nostra beatitudine su questa terra.”

La seconda, è la via della responsabilità. Sentirsi responsabili, per il nostro quotidiano, per gli altri, ma anche del mondo, facendo il proprio, ossia senza far mai mancare la propria parte, senza essere scoraggiati o spaventati dal limite delle nostre possibilità e capacità, dal condizionamento della nostra umanità, ma con pieno affidamento e quale umilissima partecipazione all’opera dello Spirito nel tempo. La responsabilità è il contrario di: “Ma io cosa c’entro con questo”, modo che, come scrive Michela Murgia[3]: “è infantile e un po' furbo, perché significa non voler riconoscere la differenza tra il concetto di colpa e quello di responsabilità. (…) La responsabilità è un carico etico collettivo, che ci riguarda tutti e tutte, perché le regole che seguiamo ogni giorno reggono la disuguaglianza che viviamo (…) La colpa ce l’hai o non ce l’hai. La responsabilità te l’assumi…”. Insomma, il mondo cambia se anche la furbizia non è più una virtù!

Infine, un messaggio ai viandanti di questo tempo: conoscere le ragioni della propria speranza è l’essenziale da mettere nella propria bisaccia, ma per procedere oltre servono occhi e orecchie di sentinelle, per riconoscere e portare in luce i tanti segni e semi che crescono silenziosi. “Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare; non la riconoscerete? Sì, io aprirò una strada nel deserto, farò scorrere dei fiumi nella steppa“ (Isaia 43:19)




[1] Roberto Mancini, Sperare con tutti, Ed. Qiqajon, 2010, pag. 11

[2] Michel de Certeau, Mai senza l’altro, Ed. Qiqajon, 2000

[3] Michela Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo più sentire, Ed Einaudi, 2021