Associazione Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo

Temi liturgici

LA LITURGIA DELLE ORE,

SCUOLA DI PREGHIERA

Da tempo, ormai, la celebrazione quotidiana della Liturgia delle Ore è consuetudine non soltanto dei monaci e dei presbiteri, ma anche di molti laici. È la preghiera della chiesa per antonomasia, che ci fa sentire compagni di strada in una comunità d’amore che quotidianamente mette al centro della propria vita la Trinità. Mons. Antonio Donghi*, assistente spirituale dell’O.R., offre piste per la comprensione approfondita del valore della celebrazione quotidiana delle Ore, sia personale sia comunitaria.

 

LA CELEBRAZIONE DELLE LODI

            La celebrazione delle lodi, insieme con quella del vespro, rappresenta il momento cardine del cammino orante della comunità cristiana. In essa la chiesa, nel segno dei fedeli convocati nello Spirito Santo, accoglie la presenza del Risorto, che anima e qualifica il cammino della comunità cristiana. Attraverso questo stile ecclesiale e la ricchezza dei linguaggi celebrativi, i fedeli sono chiamati a consacrare a Dio le primizie della propria giornata.

            Lo sfondo, che qualifica questa celebrazione mattutinale, si alimenta al simbolismo naturale del sorgere del sole, al risvegliarsi della natura sotto l’influsso dei raggi del sole e alla ripresa del lavoro da parte dell’uomo, che ravviva in se stesso la vocazione a concreare il mondo con il suo Creatore.

            Questa ricchezza simbolica ci rimanda a Colui che è la luce per eccellenza: Gesù Cristo risorto. L’intera celebrazione colloca la comunità nelle condizioni di lasciar spazio al Risorto, perché questi illumini la giornata nello stile proprio della salvezza scaturita dalla sua vittoria sulla morte e sulle tenebre.

            Cerchiamo ora di sottolineare alcuni aspetti che emergono dai linguaggi propri della celebrazione.

Il significato del mattino

            L’inizio della giornata possiede in se stesso una forte valenza simbolica, poiché l’uomo è strutturalmente sensibile all’apparire della luce e al suo diffondersi sull’orizzonte. Anche se alcune volte si può avere la sensazione che l’uomo sia distratto nei confronti dell’ambiente che lo circonda e delle persone che lo “accompagnano” sulle strade della vita, poiché si ritrova affannato in tante cose, tuttavia la sua struttura naturale lo porta a desiderare la bellezza e il calore dell’apparire della luce.

            Simili condizioni naturali gli offrono il coraggio d’iniziare il cammino nel tempo per poter essere veramente se stesso. Se riflettiamo seriamente sulle dinamiche presenti nella celebrazione, ci accorgiamo che l’entusiasmo per la vita appare nella salmodia e negli inni che la caratterizzano. Il mattino rappresenta il quotidiano avvento della luce per far rinascere tutta la natura. La luce, avvolgendo le cose, le rende una realtà sommamente viva, e l’uomo si apre alla giornata con un profondo senso di fiducia e di ottimismo. Nella celebrazione delle lodi, infatti, la chiesa ci comunica liricamente il significato evangelico, con il quale il battezzato si sente chiamato ad entrare nella storia quotidiana, facendola fermentare secondo il progetto del Padre. 

            Questa possibilità interpretativa scaturisce dal renderci ogni mattina consapevoli di cosa voglia dire svegliarsi. Se tale gesto può facilmente assumere un certo meccanicismo, a causa della sua abitudinarietà, per il cristiano il gesto dell’alzarsi significa riprendere coscienza della propria identità umana, nella quale Dio Padre ha riversato tutto il suo amore, per costruire la storia come lo sviluppo di un’esperienza comunionale.

            Nella luce del mattino il battezzato prende coscienza di se stesso, entra in rapporto con le realtà create e offre loro il vero volto, inserendole nel canto cosmico rivolto al Creatore. La vocazione dell’uomo si elabora in un costante atteggiamento di lode, nel quale si associano tutte le realtà create, perché dalla quotidianità scaturisca l’inno al Signore del cosmo e della storia. La presenza quasi costante di un salmo di pura lode (cfr. il terzo salmo) o di un inno che canta la vitalità del cosmo nella celebrazione mattutina, ci orienta in tale direzione. Simile vitalità celebrativa la sperimentiamo, quando, nel gesto simbolico di spalancare le finestre, facciamo l’esperienza di passare dal chiuso e dal buio della stanza alla luminosità, alla freschezza e alla vivacità delle realtà create.

            La chiesa, entrando nel dinamismo delle lodi, gusta la gioia di cantare la vita. La comunità il mattino “canta un canto nuovo, perché Dio ha compiuto prodigi”. Tale coscienza è avvalorata dalla profonda convinzione, animata dalla fede, che l’inizio di una nuova giornata è tutto racchiuso nella fedeltà del Padre, che nel suo respiro ci offre l’ebbrezza di esultare per la rinnovata fiducia, che ci offre nel cammina nel tempo, e di poter costruire una storia, che deve risultare un inno alla sua gloria.

Il mistero della luce

            Dio è la fonte della vita, e la comunità s’inserisce nella lode cosmica, che rappresenta una celebrazione sempre attuale delle meraviglie divine. Il motivo della luminosità della creazione, che appare chiaramente nel linguaggio della celebrazione mattutinale, si ritraduce in una presa di coscienza, da parte dei fedeli, che l’inizio di una nuova giornata è motivo di meraviglia e di rendimento di grazie, in un itinerario di con-creazione inesauribile del mondo secondo il progetto divino, al cui servizio i fedeli si pongono attraverso un intenso e amoroso atteggiamento d’obbedienza.

            Tale cammino vive del simbolismo della luce, che appare come dono di Dio posto al servizio dell’uomo; e la chiesa, attraverso i suoi inni, celebra, con il simbolismo del sole, la presenza del Risorto, come la nuova luce e come il rinnovamento della vita.

            Tutta la vitalità della giornata è coniugata con l’apparire della luce e con l’allontanarsi delle tenebre. L’uomo può percorrere le ore della giornata, poiché la sua strada è illuminata dalla sua provvidenza e dalla forza del suo Spirito.

            Il cantico evangelico del “Benedetto il Signore Dio d’Israele” ci offre la chiave di lettura del mistero della luce, nel cui simbolismo contempliamo la presenza del Risorto, che inonda con la sua presenza la nostra storia.

            Il ritorno ciclico della luce evoca per la comunità cristiana il mistero della risurrezione del Signore. L’aurora richiama inevitabilmente il mattino di Pasqua, il giorno in cui ha avuto inizio il mondo nuovo, e il tema pasquale è fondamentale nell’ispirazione della preghiera del mattino. Tale esperienza è l’espressione, per l’animo religioso, della continua rivelazione di Dio, che si manifesta nel cammino del tempo e comunica all’uomo la sua gloria.

            L’inizio della giornata è dono di Dio, che ci fa uscire dall’oscurità della notte, e noi siamo chiamati a personalizzare tale convinzione. L’uomo, che si trova nel buio della notte, gode ora d’essere immerso nel calore della luce, accogliendo la giornata come offerta della divina gratuità all’uomo.

            Per il cristiano la volontà di camminare lungo l’arco della giornata significa godere in atto la certezza che Dio non viene meno, lo illumina nel cuore, gli dà la capacità di gioire e di relazionarsi con i fratelli e con il Padre, sotto i raggi della luce che è Cristo Signore.

            All’inizio della giornata siamo invitati dalla chiesa a orientarci verso la pienezza eterna. La comunità cristiana, attraverso la celebrazione mattutinale, è stimolata a partecipare alla vittoria pasquale del Signore. L’energia dello Spirito ci rincuora. Come la luce penetra tra le fibre dell’esistenza, così la luce del Risorto penetra nel cuore dei fedeli, aumenta la loro vita teologale e offre loro le energie dello Spirito per evitare il peccato e per praticare la giustizia.

            La coscienza, che siamo avvolti dalla luce nello scorrere del tempo, ci fa crescere nella convinzione siamo posti sotto l’influsso della fedeltà del Padre, mentre godiamo il mistero della risurrezione. Ciò significa che dobbiamo ritrovare sempre più l’operatività dello Spirito che alimenta la nostra speranza, mentre tendiamo verso l’incontro pieno e definitivo con il Signore.

            La celebrazione delle lodi costituisce un momento determinante per rinnovare la nostra piena adesione al Cristo.

Conclusione

            L’inizio della giornata è dominato dall’apparire del sole all’orizzonte dell’umanità, che vuole celebrare la vita. È Cristo, luce del mondo, risorto dai morti. Colui che ha vinto le tenebre si fa nostra gioia all’inizio della giornata, perché possiamo metterci nella sua coraggiosa sequela per accogliere la continua rivelazione del Padre e per camminare sempre più nella luce del Cristo, speranza del cuore di ogni umana creatura.

Antonio Donghi




* Mons. Antonio Donghi è presbitero della chiesa di Bergamo, ordinato il 28 giugno 1967. A corredo del percorso di studi riceve la licenza in S. Teologia liturgica presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo, Roma. Sin dall’inizio del suo ministero sacerdotale si dedica all’insegnamento:

Docente di liturgia presso lo studio teologico del seminario vescovile di Bergamo (affiliato alla facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano).

Docente di teologia sacramentaria presso l’istituto superiore di scienze religiose di Milano e presso l’istituto teologico del Pontificio Collegio Leoniano in Anagni (FR).

Docente di liturgia e di teologia sacramentaria presso lo studio teologico del PIME di Monza (affiliato alla facoltà teologica Urbaniana di Roma).

Docente d’introduzione alla teologia liturgica presso l’istituto superiore di scienze religiose di Bergamo.

Docente di liturgia presso l’Ateneo S. Croce in Roma.

Docente di sacramentaria presso lo studio teologico di Reggio Calabria, l’istituto di scienze religiose di Reggio Calabria.

Docente di liturgia presso l’istituto teologico di Cosenza.

Consultore della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

 

 

LA CELEBRAZIONE DELL’ORA MEDIA            

            I poli fondamentali della preghiera della chiesa sono rappresentati dalla celebrazione delle lodi e del vespro. Tuttavia la tradizione orante della chiesa ha riservato un frammento di tempo lungo l’arco della giornata per ravvivare la coscienza della presenza del Risorto, che accompagna la comunità cristiana nel suo cammino. Se il sorgere del sole, segno del Cristo che appare all’assemblea riunita nello Spirito Santo, qualifica l’inizio della giornata, il sole, poi, accompagna la comunità stessa nello scorrere delle diverse ore giornaliere.

            Questo fatto più che evidente fa affiorare l’esigenza di illuminarle, attraverso continue scelte di fede con la vera luce che è il Cristo stesso. Il camminare nel corso della giornata, significa per il discepolo del Signore lasciarsi illuminare dalla pasqua gloriosa del Maestro. L’ora media risponde a questa esigenza presente nell’uomo di voler attingere in modo continuo alla fonte della salvezza. Il cristiano deve essere sempre in una condizione esistenziale di orazione. Il succedersi degli eventi della giornata potrebbe distrarlo. La celebrazione dell’ora media gli ricorda la volontà del Maestro di pregare incessantemente, dando attualità all’oggi misterioso del Padre.

Meditare la legge del Signore

            L’esperienza della preghiera non è mai avulsa dalla vita e dalle scelte che la determinano. Il cammino della storia deve essere animato da un profondo desiderio di orazione continua. Il cristiano conosce che la verità della vocazione battesimale si ritraduce in uno stile di vita che incarni l’interiorità di Cristo.

            A tale scopo la celebrazione dell’ora media ci ripropone quasi tutti i giorni una parte del salmo 118 (119), che ci presenta il pio ebreo che continuamente medita e vive la legge del Signore per dilatare la sua comunione divina. Questa è la vocazione propria di ogni uomo che si riconosca radicato nel soffio creativo di Dio. Questo atteggiamento spirituale ritrova la sua fecondità nel vissuto quotidiano e nello stile di relazionalità fraterna.

            Il cristiano sa che non si può scegliere il Signore e testimoniarlo in verità e pienezza, se non imitandolo nella costante meditazione della volontà del Padre, che si ritraduce necessariamente nella storia di tutti i giorni, mediante scelte decisamente evangeliche.

            Attraverso la sapienza dell’Antico Testamento, la comunità cristiana avverte l’esigenza di personalizzare in modo continuato l’oggi del Padre, a imitazione di quello che fece Gesù. La stabile attenzione all’oggi di Dio rappresenta la condizione più vera per scegliere con il cuore e la mente di Cristo di fronte alla complessità e problematicità della vita. La preghiera, infatti, non si ritraduce mai in una solitudine intimistica, ma s’incarna nella storia, nelle opzioni quotidiane.

            La celebrazione dell’ora media costituisce un momento formativo per chiunque non si voglia lasciar travolgere dalla mentalità non evangelica, che in una molteplicità di modi vuol inquinare la purezza di cuore dei discepoli del Signore.

La contemplazione di Cristo

            La preghiera della chiesa si ricollega sempre alla figura di Gesù e tende a incarnare la sua esemplarità. Non si dà esperienza sacramentale che non sia radicata in lui e in tutta la storia dell’amore divino.

            Infatti, nella Liturgia delle Ore l’orante presente, vivo e attivo, è Cristo stesso, che associa la sua chiesa nel suo ritorno al Padre, mentre la rende partecipe del suo mistero di salvezza e le fa condividere il suo tracciato storico verso Gerusalemme.

            Questa centralità del Maestro è indispensabile per interpretare in stile evangelico la preghiera della chiesa nel corso della giornata.

            Il nucleo che determina l’intero corso della giornata è dato dalla vita di Gesù, che è rappresentata per eccellenza dalla celebrazione del mistero pasquale, della sua dedizione incondizionata nelle mani del Padre, del suo amore divino-umano per ogni umana creatura. L’assenza di tale orientamento ci impedisce di pregare evangelicamente l’ora media.

            La sapienza evangelica si alimenta quotidianamente alla sapienza della croce, a cui ogni discepolo è chiamato ad ispirarsi, se vuole camminare in uno stile di vera imitazione del Vangelo.    La meditazione della volontà divina, infatti, orienta il suo cuore al Crocifisso, a ciò che Gesù ha vissuto nella sua passione e morte, alla mentalità che lo ha contraddistinto e lo ha reso il luogo di attrazione dell’intera umanità.

            Questa luce ci fa capire, che le scelte che animano ogni istante della storia del discepolo, ritraducono concretamente ciò che ha condotto Gesù a donare se stesso sull’albero della croce. Le oscurità della giornata, con tutte le sue significazioni anche simboliche, possono inconsapevolmente condurre la nostra attenzione a distrarsi dalla contemplazione del Cristo crocifisso e a non vivere più l'originalità dell'annuncio evangelico. L’attenzione a lui nella celebrazione dell'ora media ci permette di maturare nella decisione di fare di Cristo l’anima portante della propria storia personale.

Il mistero della chiesa

            La chiesa ci offre anche una interpretazione dell’ora media, tenendo presente la vita della comunità descritta negli Atti degli Apostoli: la discesa dello Spirito Santo (At 2), il miracolo ad opera di Pietro e di Giovanni alla Porta Bella del Tempio (At 3), l’esperienza carismatica della conversione di Cornelio (At 10). Questo triplice riferimento ci stimola, nella fondamentale contemplazione del Cristo, a rivivere oggi la storia della chiesa antica, che rappresenta il parametro, a cui la vita di ogni comunità cristiana è richiamata a confrontarsi.

            La storia della comunità ecclesiale vive dell’evento della Pentecoste, nel quale la potenza dello Spirito rivela al mondo la chiesa, come segno luminoso della perenne attualità della salvezza.

            Le ricchezze, che Dio ha operato, allora, si ritraducono nel condividere nel presente i miracoli sacramentali, che ancor oggi sono sotto gli occhi dei credenti, perché rappresentino il punto di partenza per l’annuncio del vangelo a tutti gli uomini.

            Infine la visione dell’effusione dello Spirito su Cornelio e i suoi familiari ritraduce la grande libertà dello Spirito per operare la chiamata universale alla salvezza.

            La comunità cristiana è sempre stimolata a vivere la propria scelta di Cristo attraverso un’intensa esperienza di comunione ecclesiale. In una cultura tentata dall’individualismo, l’ora media guida i discepoli del Signore a comprendere come la chiesa dei nostri giorni debba assumere gli orientamenti carismatici e universalistici della chiesa apostolica, invocando in modo incessante la creatività dello Spirito Santo. Una simile chiave di lettura ricolma di speranza la comunità, che cammina nel tempo e gode d’essere sempre illuminata dalla storia dei primi discepoli.

Conclusione

            La celebrazione dell’ora media assume, alla luce delle tre linee di lettura presentate, un’importanza esistenziale di grande rilevanza. Infatti, i contenuti che ci vengono offerti, rispondono all’interrogativo presente nel cuore di ogni cristiano, che si domanda quali debbano essere i parametri con i quali confrontarsi per vivere con coerenza l’evento della risurrezione nel cammino del tempo, mentre si è in attesa della venuta finale del Signore.

            La storia, veramente e pienamente vissuta, fa maturare nel cristiano la coscienza d’appartenere al Cristo nella docilità alla creatività propria dello Spirito Santo, per elaborare uno stile di vita che sia l’immagine vivente del volto del redentore che continua vivere nella sua chiesa.

            Andiamo, perciò, alla scuola di questa preghiera ecclesiale e la nostra presenza nella storia sarà la profezia della sapienza di Cristo in una mirabile comunione fraterna, nella quale ogni umana creatura è chiamata ad entrare per essere se stessa a lode del Padre.

Antonio Donghi

 

LA CELEBRAZIONE DEL VESPRO

            Le lodi mattutine ci introducono nella gioia del sole e della luminosità della giornata. La speranza, che viene dall’alba ci fa gustare l’ebbrezza della vita quotidiana, nella luce del Risorto. La celebrazione vespertina ci colloca nell’imbrunire della giornata e ci fa percepire l’approssimarsi degli ultimi tempi, aprendo il nostro sguardo sulla venuta finale del Cristo, sulle nubi del cielo.

            In questo contesto, la comunità cristiana si sente stimolata a prendere progressivamente coscienza del mistero della vita terrena, che ha davanti a sé il grande evento del morire. Simile contesto ci fa, perciò, intravedere lo stretto rapporto che viene a sussistere tra l’inizio e il termine della giornata : dal dono della vita storica al dono della vita eterna, attraverso il passaggio dalla luce terrena a quella gloriosa, mediante il buio della giornata concreta.

Il mistero dell’oscurità

            Il primo dato che emerge, nel momento nel quale andiamo alla scuola della preghiera vespertina della chiesa, è rappresentato dall’importanza dell’imbrunire: le tenebre sopraggiungono nelle ore serali. Questo semplice fenomeno naturale presenta simbolicamente un aspetto molto importante per la vita dell’uomo: giunge il mistero della morte. Se la luce canta la vita, il buio ci immerge nell’evento drammatico del morire. L’uomo, che è sensibile alla simbologia naturale, si accorge come la notte ci prospetti l’oscurità, il freddo, la solitudine, l’assenza di vita.

            Sacramentalmente, tuttavia, nel contesto dell’oscurità che l’avvolge, l’assemblea viene illuminata dal Cristo glorioso, che appare sulle nubi del cielo. In alcune tradizioni della preghiera della chiesa, il vespro s’inizia sempre con l’accensione di un cero, sullo stile della preghiera familiare alla sera nel mondo giudaico, come appunto avviene nella veglia pasquale, per indicare come il credente, anche nel buio della storia, sia sempre sorretto e guidato dalla luce della fedeltà del Padre. Infatti, il “lucernare”, che, nel segno del cero acceso, significa la vita divina che brilla nelle tenebre degli uomini, inonda di vitalità la comunità credente che, nella preghiera, pur rimanendo nelle oscurità storiche, gode lo splendore dell’eternità.

            Dio è la luce, che non tramonta mai e non permette che il cuore dell’uomo sia soffocato dalle tenebre del mondo. In questa luce divina, che vince le nubi della storia, celebriamo la speranza del mondo: il sacrificio serale di Cristo, che si offre al Padre, è un sacrificio che, nell’oscurità della morte, gode la fedeltà divina.

            L’uomo è facilmente vinto dalla paura, quando viene introdotto nel buio della notte, e postula istintivamente la presenza di qualche fonte di luce. Chi ha scelto Cristo, nella celebrazione vespertina esprime il suo atteggiamento di fede: senza la luce di Cristo risorto non è possibile reggere nelle asperità dei “perché” della storia. Solo la gioia del Cristo, fondata sulla fedeltà del Padre, ha la capacità di rigeneralo nella speranza.

L’attesa dell’incontro finale con il Signore

            La comunità cristiana nella celebrazione della preghiera serale rivive il mistero pasquale di Gesù ed è posta nella condizione sacramentale di vivere in se stessa la tensione verso la venuta finale del Signore. Già l’atteggiamento proprio della preghiera, come preghiera, postula necessariamente un’intensa tensione verso la pienezza della gloria. Quando l’uomo si pone in stato di orazione, il suo spirito è tutto proiettato verso l’unione trasformante con l’oggetto del proprio desiderio. In questo, la condizione di preghiera è propria di colui che si lascia proiettare in avanti.

            Questo atteggiamento, che riviviamo ogni volta che ci poniamo in orazione, sacramentalmente si esprime in modo particolarmente significativo nella celebrazione del vespro. La liturgia delle ore apre il nostro sguardo sul sabato della lode eterna, sul tempo del riposo che non conosce fine, sulla definitiva comunione con Dio. La vita nel suo effettivo significato non può rimanere rinchiusa nei brevi limiti dello spazio e del tempo umani, ma è, per natura sua, orientata verso una pienezza. La vita, che costruiamo in questa storia, rappresenta il tempo della fecondazione della nostra vocazione all’eterna contemplazione del volto di Dio, a condizione che il nostro cuore rimanga saldamente fisso in Dio.

            Questo movimento verso la pienezza della vita è legato anche al grido: “Vieni, Signore Gesù!”, che animava la preghiera della comunità apostolica, in vista della celebrazione definitiva delle nozze con l’Agnello. L’attesa del ritorno del Signore costituisce una caratteristica essenziale della vita della chiesa, e in modo specifico, della liturgia cristiana. Nelle tenebre della storia, bramiamo la manifestazione gloriosa del Signore, per poter essere per sempre immedesimati in lui e gustare per sempre la comunione con le tre Persone divine.

            Il tema del ritorno del Signore crea necessariamente una forte esperienza di speranza teologale per i credenti, e rappresenta per essi un invito ad una attenta vigilanza, in modo che siano essere sempre pronti ad andare incontro al Signore, quando egli sarebbe venuto per l’incontro finale con le sue creature. La chiesa attende la venuta del suo Signore in qualunque ora della notte, per potersi assidere al banchetto del regno.

            Infine, il ricordo dei nostri fratelli defunti, che ora stanno gloriosamente gustando la gioia dell’eterna comunione con le tre Persone divine, ci stimola a vivere nella comunione gioiosa della Gerusalemme del cielo, per essere, poi, definitivamente associati a tutti i fratelli nella comune ed eterna glorificazione di Dio.

Nella sera rendiamo grazie a Dio

            Al termine della giornata, la chiesa c’invita a rendere grazie al Signore per il giorno trascorso e per il bene che, nella potenza e nella generosità divine, l’uomo ha potuto compiere.   Questo atteggiamento dovrebbe apparire spontaneo per la creatura, che, nell’itinerario della giornata, ha avvertito, ad ogni passo, la presenza ricca di fiducia da parte delle tre Persone divine.

            L’animazione eucaristica del vespro rappresenta la lettura teologale della giornata, vista e vissuta in chiave pasquale. Infatti, se l’uomo ha costruito la propria giornata nella luce che viene dall’alto, questa è segno del Risorto, che avvolge ogni suo discepolo nel cammino della storia.

            In questo orientamento, alla sera la mentalità oblativa e comunionale propria del Cristo dovrebbe rappresentare  per ogni discepolo il criterio interpretativo della propria esistenza e delle scelte che vi sono state compiute. Un simile atteggiamento, se è interpretato nella luce della rivelazione biblica, c’insegna che, ogni volta che il discepolo del Signore glorifica il Padre con gratitudine per il suo immenso amore, sa, nella fede, che Dio lo renderà sempre più fecondo per tutto il resto del cammino della vita. Chi, al termine della giornata, sa magnificare il Padre, dal Padre sarà sempre più e sempre meglio beneficato, in un progressivo processo di maturazione teologale, che non è altro che un divenire figli nel Figlio.

            Questo atteggiamento è anche legato alla coscienza credente, che vede la conclusione di ogni giornata in stretto rapporto con la conclusione delle giornate della creazione, secondo la narrazione del Libro della Genesi. Anche noi, nel rendere grazie, riviviamo lo stupore di Dio davanti all’opera meravigliosa della creazione; e questo sentimento di stupore ricolma di gioia autentica il cuore umano. Anche se la storia può, alcune volte, offrirci situazioni drammatiche, tuttavia Dio oggi non ha mai smesso d’essere fedele, nella creazione, nella redenzione e nella santificazione del mondo.

            Infine, c’è un ultimo motivo per rendere grazie al Padre nella celebrazione del Vespro. L’uomo storico, nel suo cammino quotidiano, avverte la presenza del peccato, e postula l’urgenza d’essere perdonato. Al termine della giornata, con umiltà di cuore, la comunità rende grazie al Padre, perché, nella fede e nel desiderio di comunione con Lui avverte la meravigliosa fecondità dell’amore divino, che, come misericordia, ha totalmente trasformato la creatura umana.

            Queste letture ci aiutano perciò a rendere sempre più vero il nostro rendimento di grazie serale.

Conclusione

            La giornata, in tutto il suo svolgimento, è una scuola quotidiana di storia di salvezza. Nell’ampio quadro, che va dal mattino alla sera, in Cristo veniamo assunto nel passaggio dalla risurrezione all’incontro finale con Lui nella gloria del cielo. La chiesa, la sera, nell’esultanza della contemplazione della fedeltà del Padre, si ritrova rinfrancata nella speranza, La “luce serale”, data dalla presenza del Risorto orante tra i suoi e con i suoi, ci richiama allo splendore immutabile della gloria finale, nella quale ogni uomo sarà gloriosamente se stesso, nel godimento eterno del volto delle tre Persone divine.

                                                Antonio Donghi

 

LA CELEBRAZIONE DI COMPIETA

            Il desiderio di chiudere la giornata con la preghiera appartiene alla prassi normale dell’uomo religioso. La notte riveste sempre un carattere di incognita, e la creatura, prima d’addormentarsi, desidera rivolgere il proprio pensiero alla fonte della vita, perché anche il riposo notturno possa trascorrere nella serenità e nella tranquillità. Nel medesimo tempo, la creatura desidera ringraziare Dio per il dono della giornata per potersi addormentare nella pace.

            La tradizione della chiesa ha fatto proprio questo atteggiamento umano e religioso, collocandolo sullo sfondo del riposo in Dio e nella comunione con tutti i santi della liturgia celeste.         La preghiera cristiana di compieta si colloca al compimento della giornata, prima che ci si addormenti, poiché il discepolo del Signore prenda sonno vivendo in un’intensa esperienza di comunione con Dio e con tutti i santi, del cielo e della terra. A questo principio si rifà la norma che essa possa essere recitata anche al di là della mezzanotte, poiché la compieta è l’orazione immediatamente precedente l’abbandonarsi del soggetto al riposo notturno.

Il significato dell’addormentarsi

            Il mistero del riposo notturno si fonda sull’esigenza dell’uomo, che, dopo una giornata di lavoro, avverte l’urgenza e la necessità di un rinnovamento delle proprie energie, in modo da affrontare l’indomani con maggiore entusiasmo e freschezza.

            Il fatto dell’addormentarsi non deve essere semplicemente legato al fenomeno della stanchezza, ma deve fondarsi sul significato più ampio che anima il vissuto della persona umana. Questa, in tutte le sue scelte, postula sempre il desiderio di crescere nel dono della vita. La vita è paragonabile a un continuo camminare tra notte e giorno, per giungere al definitivo superamento della notte, per giungere al giorno senza tramonto.

            Inoltre, la tradizione ha posto la preghiera cristiana prima d’addormentarsi, perché nell’intensa attenzione al divino, l’anima non sia disturbata da tanti pensieri, ma sia completamente proiettata ad affidarsi alla bontà rigenerante della paternità divina.

            Il salmo 33 con la rispettiva antifona ed orazione finale, che ritroviamo nella preghiera serale della domenica e del martedì, sono un invito a lodare e a benedire Dio prima del sonno, perché il cristiano possa svegliarsi al mattino nella glorificazione mattutina del Signore e nell’intenso desiderio di continuare a concreare il mondo nello Spirito, perché la storia risulti un inno alla SS. Trinità.

            A tale scopo il sapiente monaco certosino Guigo*, per aiutare e stimolare un simile atteggiamento interiore, consigliava di scegliere un oggetto su cui fissare la propria attenzione prima di coricarsi, perché lo spirito umano non fosse distratto da tanti pensieri e vaganti fantasticherie.

            Così egli poi definiva il risultato di una tale atteggiamento: “Così la tua notte sarà luminosa, come lo è stata la tua giornata; questa luce che sarà con te farà la tua delizia. Ti addormenterai tranquillamente, riposerai in pace, ti sveglierai senza paura, ti alzerai facilmente, con agilità tornerai all’oggetto delle riflessioni, dalle quali non ti sarai affatto allontanato.”

            Il risentire continuamente un inno della celebrazione di compieta ci permette di comprendere cosa significhi il dormire per il cristiano.

“In te, santo Signore,

noi cerchiamo il riposo

dall’umana fatica

al termine del giorno.

Se i nostri occhi si chiudono,

veglia in te il nostro cuore,

la tua mano protegga

coloro che in te sperano”.

 

Il riposo notturno

            Il cristiano sa nella luce della fede che deve dare sempre un significato ad ogni proprio atteggiamento. Anche il riposo deve risultare l’espressione di una concezione della vita, che nasca dal vangelo. La preghiera della chiesa ci aiuta in questo. Il riposo è abitare nello Spirito in Dio Padre. Il cantico di compieta (cfr. Lc 2,29-32) esprime la gioia del contemplare nella notte il compimento dell’opera meravigliosa del Padre che si è dispiegata nel corso della giornata, vista come l’oggi dei tempi messianici. Il riposo notturno è un “morire nel Signore”, perché in lui l’anima possa godere dell’armonia divina. L’antifona al cantico è molto significativa:

“Nella veglia salvaci o Signore,

nel sonno non ci abbandonare:

il cuore vegli con Cristo

e il corpo riposi nella pace.”

 

            Un inno di compieta, a sua volta, così ci educa a vivere il nostro riposo notturno:

“Al termine del giorno,

o sommo Creatore,

veglia nel risposo

con amore di Padre.”

 

            Questi testi del linguaggio orante della fede cristiana ritraducono la coscienza che ogni discepolo sa ritrovare alla conclusione di ogni giornata, poiché nel suo riposare è consapevole che Dio sta vegliando nella sua vita, come nell’esperienza dell’Esodo, allorché Dio vegliava quando Israele usciva dall’Egitto.

            Nella notte, allora, il cristiano viene educato alla vera semplicità della vita, per crescere nell’unica cosa necessaria: affidarsi al Dio fedele, nel quale non esiste la morte ma solo quel vivere autentico, a cui il riposo ci guida.

            La notte viene, perciò, vissuta dai credenti come un veglia nel e con il Signore per dilatare il desiderio di amare veramente il Signore, regalandogli tutta l’esistenza. È il significato del responsorio breve, che ci introduce nell’esperienza di Cristo al momento della sua morte:

“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito.”

 

            Questo testo ci pungola, perché assumiamo i sentimenti di Gesù in croce e gustiamo la potenza della fedeltà divina, dove ogni tenebra diventa luce, e ogni timore si ritraduce in una situazione di sicurezza, perché chi si addormenta nel Signore, dal Signore sarà sempre accompagnato, anche nell’oscurità della notte, per vivere il riposo nel mistero divino.

            L’antifona mariana, con la quale si conclude la celebrazione di compieta, ci aiuta a vivere il riposo come un dimorare nella comunione dei santi, anticipazione di ciò che vivremo quando saremo assunti nella definitività della luce divina della Gerusalemme celeste.

La celebrazione della misericordia divina

            Il ritorno della notte pone l’uomo di fronte alla venuta finale del Signore, con il conseguente giudizio. In certo qual modo la celebrazione della conclusione di ogni giornata ci riporta alla conclusione della nostra esistenza, quando Dio ci incontrerà nella definitività e si farà verità nella nostra esistenza.

            L’uomo sa perfettamente quanta povertà sia presente nella propria storia, ed avverte l’urgenza di  sentirsi perdonato dalla misericordia inesauribile del Padre. L’esame di coscienza con l’atto penitenziale, con il quale s’inizia la celebrazione di compieta, costituisce un momento particolarmente significativo per dare valore alla conclusione della giornata.

            L’uomo, nello scorrere del tempo, avverte di quanta infedeltà sia piena la sua esistenza. Solo nell’amore divino profondamente ricercato sa di poter essere ricreato, per sentirsi idoneo ad incontrare, nella potenza dello Spirito il volto del Padre, che continuamente attira l’uomo nella sua comunione gloriosa.

            La professione serale della nostra condizione di peccato diviene certezza di perdono divino. Il Padre non delude mai chiunque a lui si affidi in pienezza. In questo grande mistero della misericordia divina il cristiano può veramente addormentarsi nella pace. Egli avverte che la sua esistenza è una viva partecipazione alla morte e risurrezione di Gesù, e in lui avverte d’essere morto al peccato per camminare in novità di vita.

            Chi s’addormenta, facendo l’esperienza d’essere veramente perdonato alla conclusione della sua giornata, riprenderà al mattino il cammino del lavoro quotidiano con l’entusiasmo di chi costruisce il tempo nella fiducia divina, per seminare speranza nel cuore di ogni fratello, che incontra sulle vie della vita

 

Conclusione

            La celebrazione della compieta rappresenta la sintesi dell’animo del cristiano, che nell’arco della sua giornata ha fissato lo sguardo su Cristo e in lui si è lasciato guidare per le vie del tempo, per poter accedere poi alla condivisione del suo mistero di gloria. Egli avverte che quella notte apre il suo cuore sul mistero della vita che non tramonta mai.

            Il battezzato, in tale visione, può dormire nel Signore e far propria la preghiera del giovedì sera:

“Signore, Dio nostro, donaci un sonno tranquillo,

perché, ristorati dalle fatiche del giorno,

ci dedichiamo corpo e anima al tuo servizio.”

Antonio Donghi

 




* Guigo II il Certosino (XII secolo; † 1188), è stato un monaco e priore francese, il nono della Gran Certosa, e scrisse opere di ascetica. Poche sono le notizie su di lui. Fu procuratore della Gran Certosa, poi divenne il nono priore della Chartreuse all’incirca nell’anno 1173. Nel 1180 rinunziò al generalato dell’ordine per attendere alla vita contemplativa; lasciò opere ascetiche la più importante delle quali è la Lettera sulla vita contemplativa, chiamata Scala claustralium, o anche Scala Paradisi. Questo scritto, in forma di lettera indirizzata al confratello Gervasio, è un testo classico sulla preghiera, molto diffuso nella Chiesa d’Occidente per vari secoli.